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La chiave nel latte

di Alexandre Hmine

Copyright 2018 Gabriele Capelli Editore

Gabriele Capelli Editore

ISBN 978-88-97308-84-3 (EPUB)

Immagine di copertina: Solovyov Andriy

Editing: Anna Ruchat

Prima edizione aprile 2018

Pubblicazione sostenuta dalla Fondazione Studer/Ganz in occasione dell'omonimo premio rivolto a giovani autrici e autori esordienti della Svizzera italiana e dalla Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia.

La casa editrice Gabriele Capelli Editore beneficia di un sostegno strutturale dell'Ufficio federale della cultura per gli anni 2016-2020.

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Alla mia famiglia





«È tardi. Torna da tua moglie, Berto».

(Umberto Saba, Tre poesie alla mia balia)





Casablanca, Aeroporto Mohammed V, 1395 Hijri. Una marocchina prende posto su un volo intercontinentale. Ha diciassette anni ed è incinta. Fugge, per evitare il disonore.

Ad accoglierla in Svizzera ci sarà una sorella, lì accasata già da qualche anno.

Vezio, Canton Ticino, 1976. Sette mesi dopo aver partorito, la ragazza- madre affida suo figlio alle cure di un’anziana vedova.





Vedo l’Elvezia. I capelli sono grigi, laccati all’indietro, gli occhi stretti e scintillanti, le vene del collo in rilievo. Indossa una gonna scura al ginocchio, le calze di lana e gli zoccoli. È seduta a capotavola, scomposta.

Vedo anche la zia e suo marito. Lì, in piedi davanti alla credenza del tinello. Lei è vestita di nero. Sulla sua pelle mulatta luccica l’oro. Lui porta una camicia chiara. È quasi calvo.

Guardano tutti verso il basso. Sorridono amabilmente. Guardano me.

Io sono sul tappeto, non so se seduto o sdraiato.

Forse è solo una fotografia, forse l’ha scattata mia madre.

Vedo le sbarre del lettino, il muro scrostato, la camera illuminata da una luce opaca. L’aria è viziata. Gli zoccoli dell’Elvezia fanno scricchiolare il pavimento. Veste una camicia da notte bianca a fiorami. Si avvicina, afferra il piumino appallottolato ai miei piedi e mi copre fino alle spalle.

Non dico niente. Mi rannicchio sul fianco, infilo le braccia tra le ginocchia e aspetto.

Lei mi accarezza la nuca. Le piace, le piace sentire sul palmo i miei riccioli. Invece a me piace far scorrere le dita sul dorso delle sue mani, seguire il tracciato delle vene, di tanto in tanto schiacciare, con delicatezza.

Le forme e i colori sbiadiscono. Sento l’Elvezia:

«Sia fatta la tua volontà. Come in cielo così in terra...»

Le parole arrivano ovattate, forse perché ho nascosto la testa sotto il piumino, oppure perché mi sto addormentando. Ho imparato sia il Padre nostro sia l’Ave Maria. Ripeto mentalmente:

«Come noi li rimettiamo ai nostri debitori...»

Le ascolto ogni giorno. Capita che l’Elvezia mi chieda di recitarle con lei, spesso prima dei pasti domenicali, oppure che le intoni lei, da sola, a fior di labbra e capo chino.

«Non ci indurre in tentazione...»

Sento il pavimento che scricchiola. Le molle del lettone che cigolano.

L’Elvezia tira la cordicella. Tutto nero.

Amen.

Gioco nel cortile. Vedo l’asfalto rattoppato. Il mio triciclo abbandonato in un angolo. L’azzurro vivo delle imposte, socchiuse, perché il sole entri nel tinello senza accecare. La cassetta delle lettere, in metallo, appesa al muro. La porta d’ingresso – le venature del legno chiaro –, il vetro smerigliato. La finestra ribaltabile del bagno. La facciata grigia, imponente, di un’altra casa che delimita un lato del nostro cortile. Il muretto e le inferriate appuntite. Il ripostiglio dove è accatastata la legna. La scala che scende verso l’orto.

Forse rincorro il gatto.

Al di là della rete metallica, il palazzo di altri vicini – non so contare i piani –, l’albero che cresce al centro del loro giardino e l’erba alta, trascurata. Al di qua, un piccolo lembo di terra che l’Elvezia coltiva e la prima pietra di una seconda scala.

Forse inciampo.

Capitombolo.

Piango in fondo alla scala. Le mani graffiate, il sangue che cola, le tempie che pulsano doloranti. Chiamo l’Elvezia e urlo.

Sono seduto sulle sue ginocchia. Non devo tirare su il narìcc, guai. Dice bofagh sü e mi massaggia il bernoccolo con l’Euceta.

Sposto il rotolo antispifferi, apro la portafinestra e affondo gli stivali nella neve fresca.

Respiro l’aria tersa d’altura e ammiro il panorama: le montagne che si confondono nel cielo lattiginoso e nelle distese di prati.

Mi avvicino al davanzale. Accarezzo il manto soffice. Ne abbatto una parte con l’avambraccio. Anche la strada che scende fino alla piazza è coperta di bianco – una lunga passerella ancora intatta. Il figlio del contadino lavora per segnare una via nel cortile.

Bella la neve che resta in equilibrio sui fili elettrici.

Raggiungo l’angolo più vicino. Non vedo la strada principale – ur stradón. Colpa dello spazzaneve che liberando la carreggiata ha formato una barriera. Distinguo appena la rete metallica. Più in alto si scorgono alcuni squarci di roccia, la staccionata del parco giochi e l’albero.

Attraverso il balcone di corsa. Osservo il giardino dei vicini completamente imbiancato: la coltre attenua le ondulazioni del terreno, nasconde la vegetazione e gli oggetti.

Leggo l’ora sul campanile. Il bar apre più tardi.

Prendo la mira. Voglio colpire l’Elvezia con una palla di neve fresca. Non la centro ma la spavento. Infatti si volta, ansante, si massaggia la schiena. Mi sgrida, dice che devo coprirmi bene, l’è un frecc dala madona. Poi riprende a spalare.

Vedo i tovaglioli di stoffa piegati accuratamente, il barattolo arancione dell’Ovomaltina, la zuccheriera in ceramica e due piatti sui quali l’Elvezia ha preparato gli Zwieback. Sono spalmati di burro e marmellata – ciliegie, more, prugne o fragole. Devo aspettarla senza far dondolare la sedia, con le mani sul tavolo e la schiena diritta. Affranco il tovagliolo al bavero del pigiama.

Sento gli zoccoli strascicati sulle piastrelle. Arriva impugnando le chicchere fumanti. Appoggia la mia accanto al piatto, poi versa l’Ovomaltina invitandomi a soffiare, che scotta. D’altronde non devo mica prendere il treno.

Ubbidisco, soffio.

Nell’attesa mi racconta del marito defunto – l’ha costruita lui la casa che adesso abitiamo noi –, storielle di quando era bambina – delle faticose scarpinate per raggiungere la scuola, dei suoi maestri e delle classi numerosissime.

«Che cucù» si rimprovera quando la memoria la tradisce.

Mi piace ascoltarla.

Comincio a zufolare. L’Elvezia aggrotta la fronte, si scurisce in volto e ammonisce:

«Mócala! A tavola non si canta e non si cifóla!»

Mi scappa una risata. Allora lei minaccia di suonarmele:

«L’è scià!» dice fissandomi. «Va’ che la ’riva!»

L’asilo si intravede appena, eppure quando passo guardo sempre. Già da lontano metto a fuoco la siepe che lo protegge e la fermata della posta, o meglio, dell’auto-postale. Avvicinandomi, osservo il cancello, l’ingresso e un pezzo di scivolo – o di altalena? Segna un confine, il punto in cui cambia la pendenza della strada – l’automobile prende velocità – le case si diradano, lasciano spazio agli alberi.

Mi volto e vedo la facciata scoperta le finestrelle i giochi i pendii verdi.

Percorro il breve corridoio, fino al mio posto. Appendo il sacco al gancio e mi siedo sulla panchina.

Tasto il contorno della casetta cucita sul mio grembiule.

A destra c’è la sala più illuminata, dove sono allineati i cavalletti. Qui disegno strisce di cielo azzurro, semisfere di sole, raggi che scendono nel bianco, altre case, camini che fumano.

A sinistra, un salone polivalente, quadrato.

Dalla brandina vicina si diffonde un odore di urina.

Oggi arriva San Nicolao dai grossi scarponi. Arriva col trattore.

Noi cantiamo:

«E se le mamme dicon di sì, tu porti un sacco grosso così.»

Aspettiamo il nostro turno, seduti sulle panche. Ci chiama per nome. Distribuisce sacchetti colmi di spagnolette, mandarini, marzapane e cioccolatini.

I bimbi son buoni. La mela non c’è.

Smanio dalla curiosità di scoprire chi si nasconde sotto la barba bianca, lavoro di immaginazione.

Qualcuno dice di saperlo.

«Chi è?»

«Segreto», e fa il gesto di chiudere la cerniera fra le labbra.

Sono inginocchiato sul tappeto del tinello e allineo letterine colorate, quelle con la calamita, nella speranza di riuscire a comporre una parola. Un regalo, non so di chi. Seduta sulla poltrona accanto alla stufa, l’Elvezia legge la Libera Stampa. Prima di voltare le pagine s’inumidisce la punta del dito. Ogni tanto scosta il giornale e piega il collo per guardarmi da sopra le lenti. Dalle due finestre entra la luce pomeridiana.

Rovisto nel mucchio, sollevo un pezzo, lo studio per decidere se tenerlo e in quale posizione appoggiarlo, richiamo l’attenzione dell’Elvezia e le chiedo che cosa ho scritto. Mi ha consigliato di formare parole corte – quattro, al massimo cinque lettere – e di usare le vocali, ma io spesso compongo sequenze lunghissime zeppe di consonanti. Non le do retta perché mi piace la sua reazione quando il risultato è impronunciabile.

ASDFGHJKL

Ride di gusto, scuote la testa e dice:

«No, nan, mia inscì.»

E allora io rimescolo le lettere e ricomincio: consonante, vocale, consonante, vocale.

MAMA

L’Elvezia osserva. Legge e corregge.

La stufa a legna scoppietta. Vedo la ghisa e il rettangolo arancione. Il tubo metallico che sale, si incurva ed entra nella parete. Sono sdraiato su una coperta, con le gambe allungate sui braccioli della poltrona. Sull’altra poltrona riposa il gatto. Fuori è buio.

Accanto alla macchina per cucire a pedale c’è una radiolina. Nera, più profonda che alta. Segna anche l’ora: su quattro cilindri rotanti dove sono impressi i numeri in bianco.

Solitamente l’Elvezia accende l’apparecchio quando vuole ascoltare il notiziario, oppure la domenica pomeriggio. Per La costa dei barbari.

Non è domenica. Deve essere sabato. Seguo la radiocronaca delle partite del campionato svizzero di hockey su ghiaccio. Tifo per l’HCL.

Sonnecchio. Il commentatore alza la voce. Mi risveglio.

L’Elvezia mi dice di filare a letto.

Il mio numero preferito è il nove. Controlliamo subito, spesso prima ancora di aver preso posto a sedere. Ci precipitiamo dentro, solleviamo il bicchiere per leggere e gridiamo:

«Sette!»

«Uno!»

Vedo le piastrelle rosse, i tavoli incolonnati e i due accessi. Là in fondo, la cucina – sento il profumo del pranzo. Alle mie spalle, altre file di tavoli occupate da bambini affamati e chiassosi, e le finestrelle, lassù, che illuminano il lato lungo della sala.

«Nove!»

«Che fortunato!»

Mangiare alla mensa scolastica mi piace. La pastasciutta condita con panna e prosciutto. I bastoncini di merluzzo che intingo nella maionese. Il budino al cioccolato.

«Facciamo scambio?»

Bevo il Grapefruit.

Mi scoccio solo quando mi tocca sparecchiare.

Dovrebbe arrivare a momenti. Lo aspetto in cortile. Una serata di tarda primavera. Il sole non è ancora tramontato. Calcio il pallone contro il muro. Destro e sinistro. Col mancino sono più preciso.

Riconosco l’automobile. Eccolo finalmente. Abita di fronte a noi. Rallenta e parcheggia sullo stradone, accanto al nostro ripostiglio. Non sto nella pelle. Faccio rotolare il pallone verso l’angolo del cortile e corro a spalancargli il cancello.

Lo vedo. Blocca l’apparecchio con le braccia contro l’addome. Impugna un sacco che contiene una scatola.

«Uela lì» mi dice non appena si accorge di me.

Ricambio il saluto e gli apro anche la porta d’ingresso.

«L’è permèss?» chiede attraversando il corridoio.

Ha sentito. L’Elvezia esce dal cucinino per accoglierlo. Andiamo tutti nella mia cameretta. Ci pensa lui a mettere in funzione il televisore. Dopo averlo posato sul comò, collega il cavo dell’alimentazione, poi sistema l’antenna, infine accende l’apparecchio e comincia a regolare la ricezione dei canali.

«Ta ciapat mia la scossa di volt?», l’Elvezia.

Restano il grigio che sale nell’azzurro – un fumo senza fuoco – e l’eccitazione. Sbiadiscono persino le bandierine rossocrociate la scalinata la chiesetta le rocce gli alberi l’erbetta verde.

Festeggiamo il compleanno della patria.

Dove sono? seduto sul bilzo balzo? sulla giostra? nella vasca della sabbia? sull’altalena? sulle gradinate del mini teatro? sul prato? oppure corro irrequieto qua e là.

E i cani? Non li vedo correre furiosi, azzannare le reti metalliche, non li sento abbaiare.

Il fumo si addensa.

Quest’anno ho contribuito anch’io. L’Elvezia mi ha consegnato un ciocco.

«Ci son due coccodrilli e un orangutango, due piccoli serpenti, un’aquila reale, un gatto, un topo, un elefante. Non manca più nessuno. Solo non si vedono...», e qui la maestra appoggia le mani alle tempie, tende gli indici e muove la parte superiore del corpo. Come un toro.

Noi formiamo un semicerchio, seduti con le gambe incrociate sulla moquette verde. Alle nostre spalle i banchi sono disposti a ferro di cavallo.

Gli occhi neri della maestra, immobili nel bianco. La pelle bianchissima.

«...i due unicorni», e qui sorride. Poi comincia ad applaudire.

La imitiamo.

Gioco sulle piastrelle gelate del corridoio. Da una parte della pista, per eliminare i due angoli, ho appiccicato col nastro adesivo delle strisce arrotondate di cartone, dall’altra, invece, per evitare che il disco esca mi sono servito delle ciabatte. Ho costruito le porte utilizzando delle matite spezzate, altro cartone e le retine delle arance. Con i gessetti colorati ho tracciato i terzi di difesa e la linea centrale. Il disco, me l’ha fornito l’Elvezia: un bottone nero di quelli grossi così. Ogni giocatore è composto da tre o quattro pezzi di Lego. Sulla schiena ho scritto col pennarello nero il numero di maglia. Le squadre non impegnate riposano più in là, sotto la rastrelliera.

Oggi l’HCL affronta il Davos. Muovo i giocatori e riferisco la cronaca:

«I grigionesi lottano a denti stretti... Liberazione vietata... Due minuti di penalità per colpo di bastone... Rete!»

«Vosa mia!»

L’Elvezia mi ricorda di non gridare, che altrimenti le fischia l’apparecchio acustico. Sta preparando il budino al caramello. Sento il profumo e il rumore del frullino che sbatte contro i bordi della pentola.

Abbasso la voce.

Improvvisamente il vetro smerigliato si scurisce. Arriva qualcuno. Devo sospendere la partita. Entra un’amica dell’Elvezia. Si scusa:

«Pardon», e attraversa il corridoio cercando di non calpestare i giocatori.

Rimetto a posto le balaustre e la porta. Riprendo il gioco con un ingaggio a centro pista.

«Serpentina di Bob Hess che si beve la difesa gialloblù e insacca.»

I negozietti di alimentari sono due, ma noi ci riforniamo quasi sempre da quello accanto al bar, sullo stradone. Per raggiungerlo bisogna salire una piccola rampa di scale e percorrere qualche metro lungo il perimetro dell’edificio.

L’Elvezia mi ha incaricato di comprare il pane, un lunghìn.

Vedo la porta di metallo, scolorita in più punti. La apro: sento il campanello che avvisa la bottegaia. Abita al primo piano. È anziana. Tocca aspettarla, anche perché a volte non sente, tanto che è necessario urlare il suo nome o riaprire la porta da dentro così che il campanello suoni di nuovo.

Lo spazio è piccolo. C’è merce ammassata ovunque. Il pane non si vede. Lo tiene nel retrobottega. I dolciumi sì, sono esposti su un tavolo alla mia sinistra e sul bancone: gli Smarties, le caramelle Sugus, i Chupa Chups, le tavolette di cioccolato – il mio preferito è quello al latte.

Nell’attesa vien voglia di rubare.

«Ero in bottega tic e tac che lavoravo tic e tac e non pensavo tic e tac alla prigione tic e tac.»

Le ho insegnato sia il testo sia la coreografia.

«Ma un brutto giorno tic e tac la polizia tic e tac mi portò via tic e tac da casa mia tic e tac.»

Cantiamo e battiamo le mani a tempo.

«Ma io furbone tic e tac presi un bastone tic e tac e glielo diedi tic e tac sul suo testone tic e tac.»

L’Elvezia è seduta sulla poltrona accanto alla stufa. Io sono in piedi davanti a lei. Accelero il ritmo, tic e tac, finché non riesce, tic e tac, a starmi dietro. Tic e tac! tic e tac! tic e tac!

Squilla il telefono: un suono potente. Mi tiro su per rispondere. Vedo la tovaglia a scacchiera – il bianco e l’arancione –, l’apparecchio grigio posato sul tavolino nell’angolo della mia cameretta.

Sento la sua voce, dolce e premurosa, che chiede come sto, se ho bisogno di qualcosa, che dice domani vengo su a trovarti, e vuole sapere se sono contento.

Il bagno è piccolissimo. La porta è logora e difettosa. Cigola e traballa. Si può accostare ma non chiudere a chiave. Capita che si apra da sola, per effetto di una corrente d’aria, oppure perché qualcun altro vorrebbe entrare. La tazza del water è messa perpendicolarmente rispetto all’ingresso.

Non voglio che mi vedano il pirlino: quando faccio pipì, per precauzione pianto la gamba sinistra più avanti e torco il bacino verso destra.

L’Elvezia porta con sé dei fiori e un innaffiatoio. Io cerco di condurre sull’acciottolato il mio pallone nuovo – un Tango bianco e nero. Mi sfugge, soprattutto quando la strada comincia a piegare verso il basso.

Non incontriamo nessuno, solo qualche gatto randagio. L’ultimo tratto di strada scende troppo ripido, impossibile tenere sotto controllo il pallone. Lo prendo in mano.

Il cancello è arrugginito. Devo aiutarmi con la spalla e applicare molta forza per aprirlo. Entro, lascio cadere il pallone, mi ci siedo sopra e aspetto l’Elvezia. Si è sicuramente fermata alla fontana per riempire d’acqua fresca l’innaffiatoio.

Vedo che arriva. Prima di entrare si aggrappa al cancello e prende fiato. Si massaggia la schiena, là dove avverte dolore.

Adesso è inginocchiata davanti alla tomba del marito. Io alleno il dribbling zigzagando tra le lapidi.

Manca spazio. C’è la ghiaia. Difficile accelerare e sterzare.

Vado sul vialetto lastricato che separa le due ali del cimitero e palleggio. Di testa è difficile.

Il maestro ci ha radunati sulla moquette verde. Siamo seduti in cerchio. Contare e calcolare mi piace. Ho imparato in fretta. A casa mi esercito, con l’Elvezia o da solo. Mi diverte contare il più velocemente possibile fino a cento, in italiano o in dialetto:

«Vün düu trii...»

Invece il nostro compagno più discolo non ne vuole sapere di sommare e raggruppare i legnetti. Anche oggi li prende e li scaglia contro qualcuno. Almeno finché il maestro non gli rifila uno scapaccione.

Mi vedo lì, nella luce del mattino, a spostare legnetti e a suggerire cifre.

Sono sempre diciotto. Prendo dal cestino una fetta di pagnotta nera e inizio a sminuzzarla per fare la scarpetta. L’Elvezia nota il raviolo rimasto nella mia fondina. So che non mi costringerà a mangiarlo. Ormai si è arresa. Sono sempre diciotto. Si limita a chiedere:

«Ta l’ finissat mia?»

No, le dico che oggi si è confusa, che erano diciannove. Lei scoppia a ridere. Poi, servendosi della forchetta, infilza il raviolo, lo lascia cadere nella sua fondina e lo taglia a metà.

Ne esce il ripieno di carne macinata.

La giornata è tiepida e soleggiata. Il pubblico assiste in piedi appiccicato al rettangolo di gioco oppure seduto sulle panchine sopraelevate che costeggiano un lato del campo.

A scuola vengo considerato uno dei migliori: so controllare, dribblare e calciare. Ma qui è tutto più complicato. Sento l’emozione, i compagni non riescono a passarmi la palla, corro a casaccio nella zona d’attacco, spaesato, i difensori avversari sembrano giganti cattivi e insuperabili.

Mi distraggo guardando il pubblico che urla, incita, contesta l’arbitro.

Il maestro, che per l’occasione veste anche i panni dell’allenatore, pretende più movimento, bisogna smarcarsi, dice che non dobbiamo correre in branco verso il pallone, sembriamo pecore.

Mi muovo sulla linea del fuorigioco alzando il braccio. Qualcuno dice di marcare Quellonegro.

Il boato e la muraglia umana che esulta. Alcuni compagni di squadra mi raggiungono per festeggiare. Mi saltano in groppa. Le ginocchia cedono. Crollo. Ne arrivano altri, anche le riserve, e mi schiacciano sull’erba. La schiena è dolorante, ma sono felice, sono l’eroe.

L’arbitro ci richiama. Basta, dobbiamo prepararci a riprendere il gioco. Mi rialzo, sporco di gesso e terriccio, e torno verso la nostra metà campo, lentamente per prolungare il tributo della folla.

«Bravo, Juary» si complimenta il maestro.

Qui, dove la strada sale più ripida, cammino al centro della carreggiata. Mi sposto verso destra quando i cani cominciano ad abbaiare e a correre appena dietro la rete metallica. Perché fanno paura. So che non possono scavalcarla. È troppo alta. Ma se la tagliassero?

Accelero il passo. Salgo a balzelli i gradini che conducono alla chiesa, prendo la sinistra e fiancheggio la roccia. Vedo le formiche rosse e qualche lucertola scattante. Ancora su, percorrendo un breve tratto di strada asfaltata, poi sterrata, infine erbosa. Attorno, tranne il giallo dei denti di leone e il bianco dei bucaneve, è tutto verde. Le cicale non smettono di frinire.

Adesso intravedo i mattoni. Imbocco il sentiero, pochi passi sul margine del bosco e arrivo a destinazione.

La costruzione della nostra capanna è quasi ultimata. Dobbiamo solo procurarci un’altra lamiera da appoggiare sopra l’angolo rimasto scoperto.

Stendo la stuoia e mi siedo.

Il mio amico dice che il Franscini è proprio un grataculo, che è colpa sua se siamo obbligati ad andare a scuola.

Lui accende il fuoco. Io preparo i cervelat.

Il giorno dell’Epifania reciterò nello spettacolo organizzato dalla parrocchia. Mi hanno scelto per interpretare uno dei ruoli più importanti. Sarò re Baldassarre.

Mi alzo perché voglio controllare da vicino. Il costume mi piace. Tocco la stoffa e chiedo all’Elvezia se riuscirà a finire il lavoro già in giornata.

Ci pensa su. La guardo implorante, a mani giunte come in preghiera, fino a sfiorarle il naso. Annuisce, nonostante l’espressione corrucciata.

Mentre lei cuce, io mi adagio sul tappeto e gioco con le magie di Silvan. Studio gli anelli.

Non riesco a concentrarmi. Voglio sapere che cavolo è l’incenso.

«L’è ’na pianta» dice sfilando l’ago dalla bocca. «Sconcentrom mia, nan.»

«E la mirra?»

L’Elvezia ignora la domanda. In risposta corruga la fronte. Segno che le do fastidio. Desisto e continuo a sperimentare i trucchi. La bacchetta magica...

«Sim sala bim!»

Non la vedo. Non la vedo ancora. Sento il rumore del motore quando rallenta davanti al cancello. I colpi di clacson.

Quando riparte. Il cambio automatico. Quando ritorna dopo aver fatto inversione di marcia accanto all’ufficio postale, dove la strada si allarga.

I pacchi sono ammassati ai piedi dello sgabello su cui svetta il nostro piccolo albero. Il tinello è illuminato dalle lucine colorate che lampeggiano, e dalla neve, fiocchi grossi così che punteggiano il rettangolo scuro della finestra. Indosso il pigiama, le calze di lana e le pantofole.

Vedo il calendario dell’avvento – le caselle tutte aperte, senza cioccolatini.

Mi dedico ai pacchi. Li sollevo, li agito, li rigiro, cerco di indovinare che cosa nascondono. Quelli morbidi dei vestiti. Le scatole di medie dimensioni dovrebbero contenere dei giochi di società. Forse proprio quelli che ho chiesto: Bis... Il pranzo è servito... Cluedo... Cerco anche di ricordare quali sono i doni destinati all’Elvezia. So che mia madre le ha comprato un foulard di seta. La zia, una boccetta di acqua di Colonia. Il pacco più grande comunque è per me. Talmente ingombrante che abbiamo dovuto addossarlo all’altra parete.

Lo apro.

La mezzanotte è già passata. Scarto l’angolino meno in vista. Vedo solo il cartone bianco. Allora strappo fino in fondo, eccitato.

Un hockey da tavolo. Fantastico!

Voglio guardare tutte le figure stampate sulla confezione. Strappo e lascio cadere i pezzi di carta sul tappeto.

Ferma sulla soglia del tinello, l’Elvezia mi osserva scura in volto. È spettinata. Vedo la sua camicia da notte, le vene bluastre sui polpacci, le calze di lana e gli zoccoli.

Mi rimprovera perché ho rovinato la carta. Mi ordina di raccoglierla. Poi di filare a letto, e püssé svelt che in pressa.

Mi sveglio presto. Incollo i numeri. Dispongo i giocatori nelle posizioni prefissate. Sistemo le porte, la pila, le lampadine che si accenderanno in caso di gol.

Poso il disco a centro pista e lancio la sfida all’Elvezia.

Sta piegando la carta da pacchi riutilizzabile. Forse non ha sentito. Ripeto, alzando la voce. Mi dice di non gridare, che ha capito benissimo. Che no, non è capace di giocare «ai ochèei».

Vedo il pulmino grigio, l’autista che fa manovra per parcheggiare nella strettoia, il portone d’ingresso, la sala d’attesa, i compagni che dopo la visita tornano esibendo il loro premio – una mela? un adesivo? un tubetto di dentifricio?

I miei denti non vincono mai. Ogni volta occorre una nuova otturazione. Sento l’ago che punge la gengiva, l’aspiratore, il rumore molesto del trapano, qualcuno che chiede:

«Quante volte li pulisci al giorno?»

Quando ne ho voglia, cioè quasi mai. Al termine dei pasti l’Elvezia me lo dice – «I deenc!» –, ma io raramente le ubbidisco. Vado in bagno, apro il rubinetto e dopo qualche secondo sputacchio un po’ d’acqua. Fine della fiera.

«Due o tre.»

Dicono che dovrei mettere l’apparecchio, di parlarne con i miei genitori.

No no.

Quando non ci sono le automobili parcheggiate, è più divertente perché disponiamo dell’intera piazza per correre e dribblare, senza il pericolo di ammaccare qualche portiera e senza dover sospendere il gioco se il pallone si incastra sotto un telaio. L’unico fastidio è il burrone poco distante. Sul pendio si vedono travi spezzate, scarpe marce, secchi, giocattoli d’ogni sorta. Giù in fondo, persino mobili sfasciati e materassi ammuffiti.

Corro a manetta ma non c’è niente da fare, impossibile raggiungerlo e bloccarlo. Il pallone scompare. Arrivo sull’orlo del precipizio, sudato, col fiatone, e lo vedo rimpicciolirsi, seguo gli ultimi rimbalzi.

Lo mostro agli altri.

Sono stizziti. Qualcuno dice:

«Adèss corigh a dré!»

Io non ci vado. Ho paura. Ci sono le vipere. Gli appoggi sono malfermi. È troppo ripido. Rischierei di scivolare. E se non riuscissi a tornare su?

Mi alzo sui pedali e spingo per guadagnare velocità prima che la strada si impenni.

La bicicletta è blu – un modello da corsa dotato di tre rapporti. Ho fissato un cartoncino alla forcella della ruota posteriore in modo da ottenere una specie di rombo continuo. Sul manubrio ho fatto montare il contachilometri.

È un pomeriggio estivo in cui il sole arroventa l’asfalto e sarebbe meglio restare a casa al fresco con le imposte chiuse. Un caldo della madonna. Ma voglio provarci – gliel’ho promesso – voglio andare da lei.

Supero il ponte e mi preparo al tratto più ripido. Accelero. Qui la montagna e gli alberi danno ombra. Abbasso la leva del cambio per affrontare il chilometro di salita che mi separa dal prossimo paese.

Il respiro si fa affannoso, sento la fatica soprattutto nei muscoli delle gambe, un po’ anche in quelli delle braccia. Mi sprono, mi dico di non mollare. Oggi non ho intenzione di scendere e spingere.

Arrivo in cima alla salita. Posso recuperare le energie, tirare su la schiena, inserire la seconda.

In discesa l’arietta mi solletica la pelle. Smetto di pedalare. Mi godo il momento. Devo solo stare attento a evitare le buche e le boasce secche. È l’immaginazione o la vedo...

Una lunga treccia bionda, il seno già pronunciato...

Curve insidiose, su e giù, qualche pausa per riposare e bere un sorso d’acqua.

Inutilmente. Perché il cane non abbaia, non c’è l’automobile nel posteggio, tutte le tapparelle sono abbassate.

È diventato un appuntamento fisso. Regolo l’antenna per migliorare la qualità dell’immagine, chiamo l’Elvezia e torno a sdraiarmi. Sento i suoi zoccoli che accarezzano la moquette, sbatacchiano sulle piastrelle e scricchiolano sulle assi di legno.

Le imposte sono chiuse. La mia cameretta è invasa dalla luce del televisore.

Eccola. Sposto il piumino affinché lei possa prendere più comodamente posto sulla sponda del letto.

Sento le sue risate, che spesso si trasformano in colpi di tosse. La divertono molto Zuzzurro e Gaspare, D’Angelo e Has Fidanken o il Beruscao. Invece mal sopporta i tormentoni di Greggio, quando dice cerrrto che è lui, o bada ben bada ben bada ben. Scuote la testa e commenta:

«Vardigh a dré!... Blagón!... Tagliàn!... Asnón!»

A me piacciono le sfitinzie, più di tutte Tini Cansino.

Finché non mi addormento.

Riconosco quel bianco! Il vetro smerigliato tanto bianco! Attraverso il corridoio e mi affretto a spalancare la porta. Lo strato di neve caduto durante la notte è poco più basso di me. Il cortile, un ostacolo insormontabile. Vedo le punte delle inferriate, non il muretto. Respiro l’aria pura, fermo sullo zerbino. Mi chiedo come farò a raggiungere la fermata dell’auto-postale.

Chiamo l’Elvezia, che venga a vedere.

Non sente. La raggiungo in cucina.

Ha già visto, dice che provvederà a spalare la neve più tardi.

Ma come?

«Gh’è mia pressa» mi rassicura. Tanto oggi le scuole restano chiuse.

«Dabón?»

Poi esulto, come quando segna Kenta Johansson.

Cammino sulle piastrelle rosse, forse in fila per due. Sulla sinistra vedo i gradoni che delimitano il rettangolo dove durante le ricreazioni piovose ci divertiamo con un gioco un po’ calcio un po’ hockey: scivoliamo ginocchioni sulla superficie liscia, impugnando una ciabatta usata come mazza per colpire la pallina di gomma. Sulla destra, una fila di appendiabiti, spesso utilizzati impropriamente per un altro gioco: al suono della campanella nessuno deve farsi sorprendere con i piedi per terra, pena l’eliminazione, la morte.

Scendiamo le scale, anche queste piastrellate di rosso. Oltre la vetrata, il campo sportivo, altri gradoni, il bosco, un lembo di cielo.

In fondo, all’imbocco del corridoio che conduce all’aula, meglio accendere la luce prima di voltare l’angolo, prima della seconda rampa di scale, stretta e interrata.

Dobbiamo costruire un’automobile di legno. Detesto il seghetto per il traforo. Non riesco a tagliare con precisione, il contorno viene ondulato, incerto. Mi fa subito male il polso.

Chiamo il maestro e gli chiedo una mano.

Quando inizia a lavorare la mia lastra e a spiegarmi come fare, io sono sempre distratto dallo stesso pensiero: che la finisca lui, l’automobile, da solo, così viene meglio.

Balzo giù dalla legnaia e mi apposto per controllare la situazione. Mi fanno segno di raggiungerli immediatamente, si sbracciano, mi incoraggiano. Il momento è propizio.

Corro sull’acciottolato. Scendo pieno d’energia, supero il portico e sbuco sulla piazza. Ormai è fatta. Qualcuno anticipa la fuga con piccoli passi verso gli sbocchi.

Colpisco forte – nessuna paura di ferirmi – col collo del piede sinistro. Il barattolo prende il volo e rotea e rotea e cade nella fontana. Sento il tonfo, la gioia di chi corre.

Liberi tutti!

Il rumore del motore. Mezz’ora di ritardo, come suo solito. Arresta la corsa, batte un doppio colpo di clacson e riparte.

Quando torna, dopo aver manovrato accanto all’ufficio postale per invertire la direzione di marcia, io sono già sullo stradone ad aspettarla. Vedo la Range Rover bianca.

Superiamo il cartello con il nome della località. La strada corre pianeggiante fino al ponte, tra il verde e le pareti rocciose. Poi si impenna e piega a gomito vicino allo stand di tiro.

Sul muro grigio, i segni lasciati dai conducenti distratti o troppo audaci – linee nere, mattoni spezzati.

Guardo il garage abbandonato. Vedo i manifesti affissi al portone di legno: le feste campestri, la tombola, le partite di calcio.

Capita di incrociare l’auto-postale dove la strada è stretta. Ci agitiamo. Mia madre comincia a stillare gocce di sudore, si guarda attorno scompostamente, fa movimenti bruschi, abbassa il volume della musica, lancia imprecazioni in arabo. Io provo ad aiutarla e controllo che non si avvicini troppo alla ringhiera.

L’autista ringrazia e saluta.

Mi sveglio – disorientato – con un piede sul cuscino. Non mi piace questo letto: così grande, così duro, così basso. E non mi piace nemmeno la camera, sebbene sia molto più spaziosa della mia. Non c’è il televisore, non ci sono armadi. Solo un comodino, un appendiabiti e uno specchio. Su una parete vedo raffigurato un paesaggio esotico – l’acqua cristallina dell’oceano, le palme e la sabbia. È la stanza che riservano agli ospiti.

Ho fame. Infilo le ciabatte e mi dirigo verso la camera di mia madre. La porta è spalancata.

Dorme su un fianco, rannicchiata sotto il lenzuolo, che tiene tutto per sé, con la testa posata sul braccio. Il suo fidanzato invece è sdraiato sulla schiena, ha le gambe divaricate e indossa solo le mutande. Le ante a specchio dell’armadio riflettono il cane. Dorme anche lui.

Aggiro il letto, sveglio mia madre con un colpetto sulla spalla e le sussurro che ho fame.

«Che ore sono?» biascica strofinandosi gli occhi. Poi non sento bene, forse mi chiede di aspettare ancora dieci minuti, forse si riaddormenta.

Le mie mani tremano sul timone. La superficie dell’acqua scintilla alla luce del sole. Il lago si allarga fra i pendii verdeggianti. Il fidanzato di mia madre controlla la velocità e indica la direzione.

Sento la sua voce perentoria, vagamente insoddisfatta:

«Tieni la rotta.»

Vedo la sua barba castana, i capelli bagnati lisciati all’indietro, la stempiatura, il volto spigoloso, una catena d’oro sul petto.

Corregge la traiettoria. Sul suo bicipite, iscritto in un cuore, c’è tatuato il nome di mia madre.

E lei dov’è? Si abbronza dietro di noi. Non posso voltarmi.

Sappiamo già tutti chi sta bussando alla porta.

«Avanti!» gridiamo in coro.

Il maestro attraversa l’aula e va a stringergli la mano. Il prete indossa il consueto abito talare scuro. Gli occhiali – le lenti spesse, la montatura rettangolare. I capelli grigi e radi. Sulla fronte, una ciocca disubbidiente. Dal collo sottile e grinzoso pende il crocifisso. Ci guarda e annuisce con un sorriso appena accennato.

La mia compagna abbandona il banco e cammina verso la cattedra. Usa la scatola di Caran d’Ache come vassoio per la penna stilografica e il cancellino. Il suo passo è leggiadro e sicuro. Il maestro fa segno col dito di raggiungerli e dice che serve l’astuccio.

Mi alzo: ho tutti gli sguardi addosso, anche quello del prete. Vedo il loro stupore. Alcuni sembrano invidiosi.

Il maestro ci porta in una sala angusta e mal illuminata, ci distribuisce degli esercizi e torna a seguire l’ora di religione.

«Perché sei qui anche tu?» chiede la mia compagna.

La vedo più contenta che stupita. Le rispondo che mia madre ha contattato la direzione della scuola per ottenere che non segua più la lezione del prete.

«Perché?»

«Perché sono musulmano.»

«Chi sono i musulmani?»

So soltanto che credono in Allah. Glielo dico.

«...’istiani!» borbotta l’Elvezia stringendomi l’orecchio. «A ta l’ do mì, ur panèll!»

Poi, senza mollare la presa, mi trascina in cortile. Lì riesco a divincolarmi. Ma non a scappare. Mi blocca con un braccio, con l’altro mi sfila le scarpe. Le osserva, scurissima. Le scaraventa oltre il cancello, sullo stradone.

«Ecco!» esclama soddisfatta.

Ha le mani imbrattate di merda.

Nota una piccola chiazza marrone davanti allo zerbino. Mi prende di nuovo per l’orecchio – sento la merda – e giù giù fino a rasentare il cemento. Le dico che non l’ho fatto apposta, neanche me n’ero accorto.

«Ga mancaréss anca!» urla lei stringendo più forte.

Poi lascia andare e rincasa.

Ne approfitto per scappare e rinviare la resa dei conti a quando le sarà passata. Mi affretto a recuperare le scarpe, prima che qualche veicolo me le spiaccichi.

Non riesco a calzarle, cribbio, perché sono troppo agitato e non so sciogliere i nodi.

L’Elvezia prende fiato al centro del cortile. Impugna lo spazzolone e il secchiello. Non appena capisce che intendo scappare, esclama:

«Porco sciampìn!»

Mi balza addosso caricando l’arma sopra la testa. Io mollo le scarpe e corro via, molto più veloce di Saïd Aouita.

I polpastrelli sui fianchi nel difficile tentativo di abbracciarla. Lei dice:

«Nona nona», e stringe, quasi stritola.

Sprofondo nel suo ventre abbondante. Mi scappa da ridere, farfuglio qualcosa e aspetto che si stacchi.

È sera. Siamo a casa della zia, in piedi nel disimpegno. Alla mia sinistra, un comò sul quale vedo ammassati soprammobili, buste e cartoline. Attorno a noi, sebbene non le riconosca nitidamente, intravedo mia madre e le sue sorelle, almeno tre, che parlano in italiano in arabo in francese, mischiando le lingue, persino in una stessa frase, e ridacchiano.

«Fredo fredo» dice la nonna rabbrividendo nell’ampia djellaba azzurrina. Poi addita la neve che ha ricoperto i marciapiedi e commenta in arabo.

Ridono. Perché?

Capisco solo una parola: Moroco.

Traduce mia madre: vorrebbe che tu andassi con lei in Marocco.

A faa cus’è?

Eccomi qui, anche oggi. Poso il pallone al centro della carreggiata e indietreggio fino a toccare col tacco il muretto che delimita il giardino dei vicini. Da questa posizione il piccolo pino e l’inizio di una muraglia coprono due terzi del portone – una barriera che ho imparato ad aggirare. Osservo e rifletto. Voglio centrare l’angolino di destra, il più difficile. Come fa Maradona. Bisogna alzare la traiettoria al punto giusto, abbastanza per non colpire il pino ma non troppo per non frantumare i vetri delle finestre soprastanti.

Mi distrae un suono di clacson. Dalla curva compare un maggiolino grigio. Corro a raccogliere il pallone e torno vicino al bordo della strada. L’automobile rallenta e accosta. Scende un uomo. Lo conosco di vista. È gentile. Ogni volta che lo incontro, mi chiede sempre cuma l’è.

Invece oggi mi ordina di filare in gol. Gli rispondo che non sono mica un portiere, gioco in attacco, calcio le punizioni, mi piace segnare.

Appende il gilet alla rete metallica e mi sfida: se gli paro tre penànti su cinque, mi offre un Milky Way. Accetto, gli lancio il pallone e prendo posizione al centro della porta.

L’uomo si lustra gli stivali col palmo della mano.

Ne paro solo uno. Nonostante i tuffi sull’asfalto. Nonostante gli ultimi tre rigori calciati da più lontano, quasi senza prendere la rincorsa.

Troppo forte. Troppo preciso. Spietato.

Batto i pantaloni e la maglietta per pulirli dalla sporcizia. Controllo che non siano bucati.

Il Milky Way me lo compra lo stesso.

È capovolta, l’infermiera – sorriso claunesco che spaventa.

«Qual è il tuo cartone animato preferito?» la sua vocina mielosa. Ti piace Remì? Ai miei bimbi tantissimo. Dolce Remì, piccolo più che mai, la la la la... Lo guardi, no?

Sto per risponderle. Alcune persone indicano i macchinari, gesticolano, spiegano concetti che non afferro.

Allora?

La vista si annebbia, i contorni sfumano, lo spazio vibra. Risuona un fastidioso acuto di sirena, che poi si stringe in un fischiaccio. Vedo dei cerchi bianchi e neri. O forse no, è una spirale con al centro un puntino nero. Fiii...

Mi piace Chobin. E Lupin, sempre all’avventura tu sei, sei furbo Lupin. E Margot. Occhi di gatto un altro colpo è stato fatto. E Arnold.

«Chiii?» chiede una voce femminile.

Ghigni. Brunga è malvagio: non la libera. Ghigni e foschia. Il fischio si attenua. Poi nulla: tutto nero muto fino al risveglio.

Perché sono qui? Immerso in questo bianco: il suo camice, la mia vestaglia, le lenzuola, il comodino, le pareti. Il cervello gira a rilento.

L’infermiera tiene in mano un paio di forbicine. Sento la gola secca, la bocca impastata.

Sorride. Comincia a parlare del mio pirlino bianco e a srotolare delicatamente la garza. Chiede se ho male. Rispondo che un zichinino sì, però sopportabile. Dice che il primo giorno è normale, domani andrà certamente meglio.

Getta la garza sporca di sangue rappreso nella pattumiera e comincia a pulirmi. Che odore di camomilla. L’Elvezia ogni tanto ne beve una tazza prima di coricarsi.

Eccolo nella sua nuova foggia – rattrappito, rugoso, irriconoscibile. Vedo i punti: fili neri che lo attraversano e scarnificano a distanze irregolari, alcuni diagonali, altri orizzontali. Resterà così?

L’infermiera riavvolge la garza pulita e la chiude utilizzando un fermaglio. Dice che è a posto, bello pulito, e se ne va.

Era proprio necessario?

Camminiamo mano nella mano. Un pomeriggio di sole, forse un mercoledì. Il cielo è limpido. La città brulicante, affollata, al punto che per avanzare siamo spesso costretti a staccarci. Non sento quello che ci diciamo.

Mi guardo attorno: i palazzi alti, le insegne luminose, i miei negozi preferiti – il Franz Karl Weber. Guardo la gente che ci guarda.

Perché tutti questi occhi addosso?

Osservo gli uomini che fissano mia madre. Aspettano di incrociare il suo sguardo, la studiano, sembrano misurarla. Lei, quando se ne accorge, restituisce lo sguardo per qualche secondo, poi si sottrae, porta gli occhi altrove.

Al bar qualcuno le dice che sembriamo fratello e sorella, le fa i complimenti. Lei sorride, si finge sorpresa, si schermisce, mi accarezza i riccioli.

Ecco il lago. Ecco la vetrina le sedie gli specchi. Bisogna salire dei gradini. Il parrucchiere ci riceve calorosamente. È gentile e simpatico.

Scambiamo due chiacchiere.

Il solito taglio: quello che piace a tutti. Che bei riccioli, che bel negretìn, che bel marochìn, che bei rizzolìn...

Li vedo entrambi riflessi nello specchio. Lui in piedi, intento a sforbiciare. Lei seduta su una poltrona, con le gambe accavallate e la testa china su Novella duemila.

L’Elvezia si alza per andare a rovistare fra le carte ammassate sulla credenza. La seguo. Aguzzo la vista. Mia madre aspetta al tavolo, composta. Porta bluejeans aderenti e scarpe col tacco. Sulla tovaglia quadrettata, le sue Barclay e il suo accendino, il posacenere, due chicchere colme di caffè e la zuccheriera. Solleva il mento, gira il collo verso la finestra e butta fuori la nuvola di fumo.

Il cilindro di cenere continua ad allungarsi. Pericolosamente. Ho paura che cada sul tappeto.

L’Elvezia le consegna il libretto. Lei appoggia la sigaretta e inizia a sfogliare.

Le diciamo di girare pagina, che quelli sono i voti del primo ciclo, deve scorrere più in avanti.

Vedo i loro volti brillare. Sono lì, vicini, perché sento i baci e le carezze, da una parte e dall’altra. Le mani che indugiano sui miei riccioli, che scivolano sulle guance.

I complimenti.

L’Elvezia che commenta nel suo italiano imperfetto, riferendo anche le lodi del maestro.

«L’è un testina!»

Mia madre promette di farmi un regalo: qualsiasi cosa desideri.

Seduti a gambe incrociate sui gradoni del campo sportivo. Davanti a me sale il pendio verde. Più su, il bosco. Oggi non si gioca a calcio. Bisogna completare l’album delle figurine.

Il mio compagno di classe sostiene che i negri sono brocchi, impediti, scarponi. Per questo le squadre africane non hanno diritto alla doppia pagina.

L’irritazione mi impedisce di rispondere:

«E la Corea del sud? e il Canada?»

Non sono più disposto a scambiare con lui le figurine doppie.

La soddisfazione quando il Marocco vince il Girone F, davanti a tutti quei bianchi incollati sulle due pagine.

«Juj, tleta» ripeto per accontentarla.

Il tinello è illuminato dalla luce del pomeriggio. Sul tavolo, le solite due chicchere di caffè, le solite sigarette, il solito posacenere, la solita zuccheriera. Mia madre pensa che dovrei imparare l’arabo e comincia dai numeri.

A büsciom?

«Ar’ba, khamsa, sitta.»

Si è offerta di venire quassù una volta a settimana per impartirmi le prime lezioni.

«Facciamo il mercoledì pomeriggio?»

No.

«Saba’a, tmania, tsa’a.»

Non vedo né lei né l’Elvezia. Sento solo le nostre voci, numeri e brandelli di frasi, le mie resistenze – Mì a parli ur dialètt! –, le sue insistenze – È la tua lingua!

«Vün, düu, trii... Perché non impari tu il dialetto?»

«Asjnó?» chiede.

Cosa?

Le scappa un sorriso. Si è confusa. Rettifica, traduce:

«Cosa?»

Le insegno che asnón in dialetto significa asino, anzi asinone.

Dar significa casa, per lei. Invece per me è soltanto una preposizione articolata. Dar Elvezia.

L’invito alla festa è stampato su cartoncino bianco pieghevole. Ne estraggo uno dal plico e lo apro. Le scritte sono dorate, leggermente in rilievo.

Mi vedo in salotto, seduto sul divano arabo – rosso, le frange gialle dei cuscini, i piedi ciondoloni. Rigiro il biglietto fra le mani cercando di capire quale è il verso giusto. Percorro la superficie porosa, le linee, le lettere, le parole incomprensibili, da destra a sinistra, da sinistra a destra.

Fermo il dito, perché questo segno è familiare: millenovecentoottantasei.

Un tavolino chiaro, rotondo, metallico. La sabbia pallida, arida, sporcata da mozziconi di sigarette. Alcuni ombrelloni blu agitati dal vento. Una giostra ferma, forse guasta. Le palme. Ci incontriamo in un parco.

I capelli grigi. I suoi denti distanziati. Né bello né giovane.

Parliamo? In che lingua?

Il tempo di un caffè, mia madre che gli racconta chi sono, lui che ascolta interessato e annuisce.

Le corsie sull’asfalto a cui nessuno bada, nemmeno noi. Il taxista si sporge dal finestrino per lamentarsi, avanza a strappi, pigia ripetutamente sul clacson, suggerisce traiettorie col braccio. Il semaforo rosso sembra solo un consiglio.

Osservo le automobili – vecchie, scassate, quasi tutte di marche francesi –, i marocchini a passeggio, gli stabilimenti balneari. Poi vado oltre, dove l’oceano si confonde col cielo.

Guarda nel vuoto bofonchiando il mio nome. Non può vedermi, ma avverte la presenza. Ho una bisnonna. Dice:

«Eji!»

Significa vieni. Mi avvicino. Lo sente. Posa il rosario sul comodino. Vuole afferrare le mie dita. Prendo posto accanto a lei e le offro le mani. Inizia a sfiorarle con un lento movimento rotatorio.

Osservo i suoi occhi vitrei, la bocca sdentata, i peli sul mento. Sembra più vecchia dell’Elvezia.

Quanti anni avrà?

Si ferma per tastarmi le mani coi polpastrelli, qualche secondo, prima di ricominciare ad accarezzare più vigorosamente, a tratti anche col dorso. E parla, pur sapendo che non posso capirla.

Si ferma. Aspetta che io dica qualcosa. Aspetta...

Riparte, adesso emettendo un suono così debole e stentato che risulterebbe incomprensibile perfino agli altri membri della famiglia.

Studio il suo corpo stanco, ascolto. Nell’attesa che sopraggiunga qualcuno a liberarmi.

Le palme formano un imbuto. Al centro, un pallido sole che sembra incastrato.

È in corso la preparazione alla soirée, un frenetico andirivieni dalla camera al bagno e dal bagno alla camera. Mia madre e le zie rovistano nell’armadio e nei cassetti, studiano gli abbinamenti più chic, si consigliano. Vogliono anche il mio parere.

«Suina?»

Chiede se è bella. Rispondo di sì, che è suina, très suina.

La zia si adagia sulla sponda del letto per finire di smaltarsi le unghie delle mani di rosso rubino. Indossa un accappatoio bianco e ha avvolto i capelli in un asciugamano azzurro. Spunta qualche ciocca umida che lei ha provato vanamente a ricacciare dentro. È molto prosperosa, niente da invidiare a Sabrina Salerno. Però adesso non indossa il reggiseno, per cui la curva sul petto è poco accentuata.

Sto giocando al Nintendo portatile disteso sul letto che mi è stato assegnato. Devo salvare le persone che si lanciano dal palazzo in fiamme. Sposto la barella.

La zia si alza, stringe la cintura dell’accappatoio e prende dall’armadio la sua trousse. Chiede:

«Gagni?»


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